Nel mondo dell’headhunting si parla spesso di talento, potenziale e intuito. Ma cosa succede quando questi elementi si incontrano fuori dai contesti tradizionali, lontano da CV, job description e sale colloqui?
Questa doppia intervista racconta l’incontro professionale tra Claudia Paoletti, Managing Partner di Kilpatrick Executive Search, e Beatrice Sardeni, Junior Consultant Intern in Kilpatrick: un incontro nato da un’intuizione, dalla capacità di leggere il potenziale e dalla voglia di mettersi in gioco.
Un incontro che, al di là delle circostanze, dimostra quanto contino l’ascolto, l’osservazione e l’intuizione di chi fa headhunting , e quanto sia decisivo, per chi è all’inizio, trovare una guida capace di valorizzare ciò che ancora non è scritto sul CV.
Abbiamo messo a confronto i loro punti di vista in un botta e risposta che ruota attorno al rapporto mentore, trainee, ai primi passi nel lavoro, alla crescita sul campo e a cosa significa davvero riconoscere e sviluppare il potenziale.
Claudia
Da headhunter ho le antenne sempre alzate: è quasi una deformazione professionale. Mi interessa capire come le persone si muovono, come ascoltano, come comunicano e che tipo di energia portano in una stanza. In quei primissimi secondi mi colpiscono soprattutto tre cose: la presenza, la curiosità e la capacità di entrare in relazione in modo naturale.
Con Beatrice ho percepito subito un mix raro: spontaneità e maturità. Non parlo di “sicurezza” nel senso di non avere dubbi , quelli li abbiamo tutti , ma di una predisposizione a mettersi in gioco e a confrontarsi con l’altro senza barriere inutili. È una qualità che, soprattutto all’inizio, conta tantissimo.
In quel momento ho pensato: qui c’è del potenziale che merita una direzione. Ho fatto quello che faccio sempre: ho fatto domande. Per capire cosa stesse cercando davvero, cosa la motivasse e quali contesti potessero farla crescere.
Beatrice
Nei primi secondi ho provato una sensazione molto semplice: finalmente qualcuno che mi sta ascoltando davvero. Quando sei all’inizio e mandi tante candidature, spesso ti senti un numero. Invece, in quella conversazione ho percepito attenzione, presenza e domande molto precise.
La cosa che mi ha colpita è stata la naturalezza: non era un dialogo “in verticale”, ma un confronto alla pari. Ho avuto subito l’impressione che ci fosse apertura nel capire chi fossi oltre ciò che avevo già fatto, e questo ti fa abbassare le difese.
Ho pensato che poteva essere un’opportunità concreta non solo per “trovare uno stage”, ma per iniziare un percorso in un contesto dove imparare davvero, con qualcuno che ti guida e ti dà strumenti.
In realtà non ero bloccata, stavo cercando attivamente uno stage, anche perché per il mio corso di laurea è un requisito fondamentale. Il vero ostacolo era il contesto: per molti giovani entrare nel mondo del lavoro è complesso e i “no” sono tanti.
A volte sembra che più candidature mandi, meno risposte ricevi. Il primo passo lo stavo già facendo, ma spesso mancava un riscontro concreto, ed è questo che alla lunga può scoraggiare.
Una ragazza brillante, con un’esperienza Erasmus all’estero e studi attinenti al mio ambito professionale. Ma soprattutto una persona capace di relazionarsi con sconosciuti, più grandi di lei, in modo professionale ma spontaneo.
Quella naturalezza non si studia sui libri: o ce l’hai o la alleni molto presto.
La cosa a cui do meno valore è la votazione. Conta molto di più un percorso fluido, senza troppe inerzie, e la curiosità di affiancare allo studio esperienze lavorative, sportive o di volontariato.
Stare chiusi in cameretta rende preparati, ma la parte relazionale, il problem solving e la gestione delle difficoltà si imparano sul campo. Questo imprinting dà una marcia in più.
Per Kilpatrick, che è un gruppo internazionale, sono fondamentali anche le lingue e la capacità di collaborare con culture diverse.
È stata una situazione decisamente inaspettata e, col senno di poi, anche molto significativa: non capita spesso di incontrare qualcuno che sappia riconoscere subito cosa stai cercando e cosa potresti sviluppare.
Ho accettato perché fin da subito la conversazione è stata naturale, alla pari. Durante i colloqui ho capito che Kilpatrick poteva essere l’ambiente giusto per crescere e iniziare a costruire qualcosa di concreto.
Claudia
Essere bravi, spesso, significa aver già dimostrato una competenza: hai studiato, hai fatto esperienza, hai consolidato un metodo. È qualcosa che si vede e si misura con relativa facilità.
Il potenziale, invece, è più difficile da leggere perché non è sempre “espresso”. È la combinazione tra capacità di apprendere, apertura al feedback, resilienza, curiosità e attitudine a crescere velocemente in contesti diversi. Il potenziale lo intuisci da come una persona fa domande, da come reagisce a un ostacolo, da quanta energia mette nel capire.
Per un headhunter, riconoscere il potenziale significa saper guardare oltre il CV e immaginare la traiettoria: non solo cosa una persona è oggi, ma cosa può diventare con il contesto giusto.
Beatrice
Per me “essere bravi” è spesso legato al sentirsi competenti in qualcosa: avere un risultato, un voto, un progetto finito, una conferma.
“Avere potenziale” invece è più legato a come ti muovi quando non sai ancora tutto. È la voglia di imparare, di mettersi in discussione senza viverla come una sconfitta, di provare e sbagliare con lucidità. Ho capito che il potenziale viene fuori soprattutto quando ti trovi in un contesto nuovo: lì emerge la tua capacità di adattarti e di crescere.
E, cosa importante, a volte serve qualcuno dall’esterno che ti aiuti a vederlo: non sempre riesci a riconoscerlo da sola, soprattutto quando sei all’inizio.
Il primo è lo stage come manodopera a basso costo. In molte realtà è ancora visto così.
Il secondo è il mito del “posto perfetto” da trovare subito, spesso associato solo alle grandi aziende.
Il terzo è l’idea che uno stagista debba essere operativo dal primo giorno. In realtà lo stage serve per imparare.
Essere troppo rigidi o, al contrario, completamente disorientati. In entrambi i casi manca curiosità.
Il consiglio è lo stesso per tutti: parlare con le persone, esplorare, capire di cosa il mondo ha davvero bisogno.
Che è molto più complesso di quanto sembri. Serve ascolto, osservazione, attenzione ai dettagli e molta pazienza.
Claudia
Per noi tutti possono essere clienti e candidati. L’headhunter deve leggere i trend, non solo risolvere la ricerca di oggi.
Questo si fa aprendosi agli altri, partecipando, uscendo dalla propria area di comfort.
Sentirmi dire che il lavoro che stavo facendo era sulla strada giusta. Può sembrare una cosa piccola, ma quando sei all’inizio è fondamentale capire se stai andando nella direzione corretta.
Ho iniziato a svolgere le prime ricerche in autonomia e riuscire a individuare correttamente i requisiti dei profili è stato un primo traguardo importante. Quel feedback mi ha dato fiducia.
Ma ciò che mi sta facendo crescere di più è l’approccio del team: mi stanno insegnando come lavorare, con metodo e pazienza, senza mettermi addosso pressione. Questo mi permette di osservare, fare domande e imparare davvero, giorno dopo giorno.
Claudia
Spesso si confonde la selezione “tradizionale” con l’headhunting. L’headhunting lavora su una popolazione passiva: persone che non stanno cercando lavoro e che vanno individuate, contattate e coinvolte con un approccio estremamente mirato.
Questo significa anche un lavoro di analisi a monte: capire davvero cosa serve al cliente, come si muove il mercato, quali aziende e quali percorsi possono generare candidati coerenti, e come valutare non solo le competenze ma l’allineamento complessivo (valori, leadership style, contesto).
Per questo l’headhunting non è “trovare velocemente un profilo”: è un processo di precisione e di relazione, che richiede metodo, ascolto e una forte responsabilità verso clienti e candidati.
Beatrice
Da fuori, prima, pensavo che l’headhunter fosse soprattutto “relazione” e networking. Entrando nel lavoro ho capito che dietro c’è molta più struttura: ricerca, logica, analisi e attenzione ai dettagli.
C’è un lavoro costante di ascolto e di comprensione delle persone, ma anche di gestione dei tempi, delle aspettative e dei passaggi del processo. E soprattutto ho capito che l’headhunting, quando è fatto bene, non è solo “collocare”: è aiutare aziende e persone a incontrarsi nel modo giusto, nel momento giusto.
In questo senso, per un junior è anche una scuola: impari a leggere i contesti, a comunicare con professionalità e a crescere grazie a un metodo.
In Kilpatrick, lo stage non è un semplice passaggio obbligato, ma l’inizio di un percorso. Crediamo che un tirocinio debba prima di tutto insegnare un lavoro, trasmettere un metodo e creare un ambiente di apprendimento reale.
Troppo spesso gli stage vengono vissuti in modo distorto: dalle aziende, come una risorsa temporanea senza un vero investimento; dai tirocinanti, come un’esperienza da “superare” in fretta. Per chi, come noi, lavora ogni giorno con il mondo del lavoro, questo è un tema che non può essere secondario.
Formare significa dedicare tempo, dare feedback, spiegare il perché delle scelte e accompagnare le persone nella scoperta delle proprie attitudini. È così che si costruiscono professionisti consapevoli e contesti di lavoro più sani.
E forse è proprio questo il punto: l’headhunting non riguarda solo le posizioni da coprire, ma le persone da far crescere , e la qualità dei percorsi che decidiamo di costruire insieme.
Per chi è all’inizio e cerca un contesto in cui imparare sul serio, confrontarsi con professionisti esperti e sviluppare competenze concrete nel mondo dell’headhunting e dell’executive search, Kilpatrick Executive Search mantiene sempre uno sguardo attento verso i giovani talenti curiosi e motivati. Se ti riconosci in questa descrizione, puoi dare un’occhiata alla sezione Work with Us e metterti in contatto con il team.
Informazioni
indirizzo: Piazzetta S. Carlo 2, 6900 Lugano, Switzerland
Telefono: +41 79 883 11 92
Email: executive@kpexs.com
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